C’è un momento preciso in cui accavalli le gambe e qualcuno dall’altra parte del tavolo perde il filo di quello che stava dicendo. Non è un momento grande. Non cade niente, non si gira nessuno. Però la frase si interrompe per un attimo, e in quell’attimo hai vinto qualcosa che non ha nome.
Lo faccio da sempre, come tutte. Lo facevo da ragazza su una panchina senza sapere cosa stavo facendo. Adesso lo so.
Il gesto che sposta l’aria
L’accavallamento funziona perché è un gesto lento. Non è un sorriso, non è un’occhiata: è qualcosa che succede sotto il livello degli occhi, che chi guarda intercetta col bordo della vista senza cercarlo. La coscia che sale, il ginocchio che si posa sull’altro. Il piede sospeso. Il corpo che dice: mi sto mettendo comoda, e se ti distrai è un problema tuo.
Se hai i collant addosso, la scena cambia. C’è un suono sottilissimo che il nylon fa quando le gambe scivolano una sull’altra. Non lo senti da lontano. Lo senti se sei seduto vicino. E se lo senti, non lo dimentichi.

Sharon Stone e noi altre
C’è una scena nel cinema che ha messo in immagini quello che le donne sapevano da sempre. Basic Instinct, 1992. Sharon Stone in una stanza piena di poliziotti. Accavalla le gambe e la stanza cambia proprietario.
Quella scena è diventata famosa per il motivo sbagliato. Tutti ricordano il secondo in cui si è visto qualcosa. Nessuno ricorda la cosa vera: che era lei a decidere cosa succedeva in quella stanza, non loro. L’accavallamento non era un incidente. Era il contrario di un incidente.
Mi sono sempre chiesta se gli uomini capiscono questo. Alcuni sì, e sono quelli che non guardano la gamba: guardano il gesto.

Con il nylon è un’altra temperatura
A gambe nude l’accavallamento è una cosa. In collant è un’altra. Non è questione di pudore, non fatemi ridere. È questione di quello che il collant aggiunge alla scena.
Il collant opaco trasforma la gamba in una linea scura e pulita, che quando si piega sul ginocchio diventa una curva senza bisogno di spiegazioni. Il velato fa il lavoro opposto: lascia vedere la pelle sotto, e la pelle sotto il velo è sempre più interessante della pelle nuda. È la differenza tra una porta aperta e una porta socchiusa. Dietro quella socchiusa hai sempre più voglia di entrare.
Quando stavo con Luca, che di queste cose se ne intendeva più di quanto ammettesse, bastava che accavallassi le gambe con un paio di velati neri per cambiare il programma della serata. Non serviva dire niente. Il gesto faceva tutto.

La minigonna e il calcolo
Con la minigonna l’accavallamento diventa una trattativa. Mostrare, nascondere, decidere quanto. Ma la trattativa è il punto, non il risultato. Chi si siede in minigonna e accavalla le gambe sa cosa sta facendo. Lo sapeva prima di uscire di casa. Lo sapeva quando ha aperto l’armadio.
Tanti pezzi scritti sull’accavallamento si concentrano su come fare per non far vedere le mutandine. Che è un po’ come scrivere del vino e parlare solo del tappo. L’accavallamento con la minigonna non è un problema da risolvere. È un gioco che si gioca sapendo le regole. La differenza tra chi lo gioca bene e chi no non sta nel centimetro di coscia: sta nella sicurezza con cui ti siedi.

Una cosa che ho capito tardi
In Brasile non ci ho mai pensato. Le gambe stavano fuori tutto l’anno, nude, e l’accavallamento non significava niente di speciale. È stato quando mi sono spostata in Europa che ho capito. Lì le donne si coprono di più, e il gesto di accavallare le gambe con i collant sotto una gonna diventa qualcosa che si nota. Qualcosa che racconta una escolha.
Da allora lo faccio con intenzione. Non sempre. Ma quando lo faccio, so perché. E so che chi è nella stanza, se ha occhi, lo sa anche lui.

PS. Su lgdd si è parlato tante volte di accavallamento. Io ci ho messo la mia versione. Con le gambe che ho.

