Le gambe delle donne
Calze e collant

Giornata internazionale delle calze di nylon: caro Wallace, ti scrivo

Buongiorno cari lettori, e buon 15 maggio.
Come saprete oggi è la nostra Giornata internazionale delle calze di nylon. Quest’anno ho scritto una lettera.

L’ho indirizzata a un uomo che non c’è più da ottantanove anni. Si chiamava Wallace Hume Carothers, era un chimico americano nato in Iowa, e nel 1935, lavorando in un laboratorio della DuPont a Wilmington, in Delaware, inventò la fibra che la sua azienda avrebbe poi battezzato “nylon”. Era timido, brillante, e malato di depressione da quando era ragazzo. Nell’aprile del 1937, tre settimane dopo aver depositato il brevetto, si chiuse in una camera d’albergo a Philadelphia e si tolse la vita. Aveva appena compiuto 41 anni. Tre anni e sedici giorni dopo, il 15 maggio 1940, le sue calze andarono in vendita nei negozi americani. Lui non lo seppe.

Ecco la lettera.

Ostra woman and car

Malta, 15 maggio 2026

Caro Wallace,

ti scrivo da un’isola del Mediterraneo dove tu non sei mai stato. Si chiama Malta, è piccola, ed è piena di sole.

Io sono Eleanor. Non ti conoscevo finché non ho cominciato a scrivere per un sito italiano che si occupa di calze di nylon. Sì, esistono cose simili, e non sono nemmeno le più strane. Una collega mi ha messo davanti la tua biografia qualche mese fa, e ho passato un pomeriggio strano a leggerla. Da quel pomeriggio mi sono chiesta più di una volta se tu, oggi, vorresti sapere com’è andata. Probabilmente sì. Anche se in quella stanza d’albergo, il 29 aprile 1937, sicuramente avresti detto di no.

Te lo dico ora, allora. Ti dico cosa è successo dopo.

Il nome

La tua azienda ha cercato un nome per più di un anno. Sembra abbiano raccolto quattrocento proposte dai dipendenti. Il finalista era “no-run”, “non si smaglia”, che era una bugia gentile, perché le tue calze si smagliavano eccome. Poi qualcuno ha spostato le lettere, ha smussato i suoni, e ne è uscito nylon. Non vuole dire niente. È solo bello.

Il 15 maggio del 1940, tre anni dopo che te n’eri andato, le tue calze sono arrivate in vendita in tutti gli Stati Uniti contemporaneamente. La DuPont chiamò la giornata N-Day, da “Nylon Day”, con la stessa eleganza pubblicitaria con cui i militari battezzavano le operazioni belliche. Le donne si misero in fila prima dell’alba davanti ai grandi magazzini. Quello che era stato preparato per i negozi finì nel giro di poche ore. Nel primo anno, in America, furono vendute sessantaquattro milioni di paia.

Sessantaquattro. Milioni.

So che non ti piacevano i numeri, o meglio, non ti piacevano quando i numeri ti riguardavano. Ma penso che questo numero avrebbe potuto farti sorridere. Non per l’azienda, la DuPont è la DuPont, ha guadagnato bene e basta così. Ma perché dietro quei sessantaquattro milioni di paia c’erano sessantaquattro milioni di mattine. Donne che la mattina, prima di uscire, si mettevano addosso una cosa che tu avevi pensato in un laboratorio.

Poi è arrivata la guerra

Pochi mesi dopo, la DuPont ha smesso di farne. Tutto il nylon serviva ai paracadute dei soldati, alle corde, alle tende militari, ai pneumatici degli aerei. Le donne americane hanno trascorso quattro anni a guardare le loro gambe nude e a sentirsi nude. Qualcuna si è messa a disegnarsi la cucitura sul polpaccio con una matita per gli occhi, per fingere di averle. Helena Rubinstein, una signora dei cosmetici di cui forse hai sentito parlare, mise in commercio una crema apposta: la chiamavano “leg makeup”.

A Londra le tue calze arrivavano nelle tasche dei soldati americani in licenza e valevano come oro. Mia madre mi ha sempre raccontato che durante quegli anni a Londra una calza di nylon poteva diventare un regalo serio.

Quando la guerra è finita, nel 1945, e la DuPont è tornata a vendere il nylon, a New York è successo un quasi finimondo. I giornali le chiamarono stocking riots: donne che si spintonavano davanti ai grandi magazzini per arrivare al banco. Foto in bianco e nero che oggi sembrano di un altro pianeta.

Quello che è venuto dopo

Vintaqe Advert

Caro Wallace, dagli anni Cinquanta tutto è cambiato in fretta. Le tue calze sono diventate normali, accessibili, persino noiose. Poi nel 1959 qualcuno, non importa chi, ha avuto l’idea di unirne due al vertice e infilarci una mutanda, e ha inventato quello che si chiama collant. È stato un disastro elegante: erano comode, ma hanno ucciso un piccolo rito quotidiano. Le donne hanno smesso di mettere il reggicalze. Negli anni Sessanta sono arrivate le minigonne, e nessuno voleva più che i bordi delle calze si vedessero sotto l’orlo. Il collant ha vinto la partita.

Oggi

Sai cosa è cambiato adesso, nel 2026? Le donne non le portano quasi più. Le ragazze giovani non sanno bene cosa siano le vere calze, quelle col reggicalze. Sono diventate una cosa di nicchia. Il sito per cui scrivo se ne occupa con passione ostinata, ma siamo in pochi. Il collant ha vinto la guerra di lungo termine, poi la moda è cambiata ancora, e adesso anche le gambe nude vanno bene in ufficio, anche d’inverno.

Non te lo dico perché tu ti senta sconfitto. Anzi.

Te lo dico perché la cosa interessante è un’altra. C’è ancora gente che mette i tuoi nylon ogni mattina. Non per moda, non per pubblicità, non per pubblicare foto su Instagram, che è una cosa che ti spiegheranno un’altra volta. Per il piacere di indossare addosso una cosa fatta bene, una piccola gentilezza quotidiana. È quasi un atto di resistenza, oggi. Ed è il regalo più grande che chi inventa qualcosa possa ricevere: che ottantasei anni dopo, qualcuno scelga ancora di averla con sé. Ci sono anche dei matti che ogni 15 maggio celebrano la tua festa.

Una cosa, prima di chiudere

Caro Wallace, ho letto della tua vita. Della depressione che ti ha accompagnato fin da ragazzo. Della morte di tua sorella Isobel pochi mesi prima della fine. Di Helen che era incinta e tu che ne eri scosso. Ho letto che portavi appesa alla catena dell’orologio una piccola fiala, da anni. Per ogni evenienza, dicevi.

Non sono qui per dirti che avresti dovuto resistere. Non si dice una cosa così a chi è già andato via. Si dice solo: ti vedo. So che eri lì, e che non ti vedevi.

Voglio dirti soltanto che la cosa che hai fatto tu, quella fibra strana, sottile, lucida, che sostituiva la seta, è diventata, ottantanove anni dopo che te ne sei andato, una piccola gentilezza che attraversa milioni di mattine. Una donna che si veste con cura per affrontare la giornata. Non c’è nulla di banale in questo. È esattamente il contrario di quello che pensavi di non essere riuscito a fare.

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