Questa immagine mi ha fregato.
Lo ammetto subito, così ci togliamo il pensiero e posso continuare a fare finta di essere una persona seria. Stavo scorrendo distrattamente alcune foto quando mi sono imbattuto in questa ragazza seduta su un muretto, con le gambe accavallate, i collant, i sandali e quell’aria da influencer che sa benissimo di essere fotografata.
La prima cosa che ho pensato non è stata particolarmente filosofica.
Belle gambe. Bei collant. Bei piedi. Sandali con i collant portati benissimo, cosa che sulla carta dovrebbe far discutere mezzo mondo e invece, quando funziona, funziona. La posa è elegante, l’abbinamento è riuscito, la foto è bella. Tutto sembra al posto giusto.
Anzi, troppo al posto giusto.
Perché dopo qualche secondo ho avuto quella sensazione fastidiosa, quella piccola vocina che ti dice: aspetta un attimo, qui qualcosa non va.
Il problema non sono i collant, ci mancherebbe. I collant in questa foto fanno egregiamente il loro lavoro, cioè rendere ancora più belle due gambe già notevoli. Il problema non sono nemmeno i sandali, che anzi meritano una menzione speciale perché con i collant stanno sorprendentemente bene. Il problema non è neanche la foto in sé.
Il problema è che quella ragazza non esiste.
O meglio, esiste come immagine. Esiste come profilo, forse. Esiste come prodotto digitale. Ma non esiste come persona seduta davvero su quel muretto, in quella strada, in quel momento, davanti a un fotografo.
E qui la cosa comincia a farsi interessante.
Perché in fondo potremmo anche dire: e allora? Se una immagine è bella, che differenza fa se è stata fatta con una Nikon, con Photoshop, con un pennello o con un programma di intelligenza artificiale? L’arte non è sempre stata anche finzione? La fotografia di moda non è sempre stata ritocco, posa, trucco, luce giusta, pelle sistemata, difetti cancellati e realtà un po’ addomesticata?
Tutto vero.
Però c’è una differenza enorme tra una immagine creata con l’IA dichiarata come tale e una finta influencer che si presenta come una donna vera, con una vita vera, un corpo vero e scatti autentici.
A me non dà fastidio l’immagine generata. Mi dà fastidio essere preso in giro.
Se mi dici: “Questa è una immagine creata con l’intelligenza artificiale”, posso guardarla, valutarla, apprezzarla o criticarla. Posso anche dire che le gambe sono belle, i collant sono scelti bene e che l’algoritmo, almeno in questo caso, ha studiato più di certi stilisti. Se invece mi presenti quella figura come una influencer in carne, ossa e nylon, allora il discorso cambia.
Perché non sto più guardando una foto. Sto guardando una bugia ben illuminata.
Il fenomeno non è nemmeno così marginale. Fino a poco tempo fa le immagini generate dall’IA avevano spesso qualcosa di comico: mani con troppe dita, piedi improbabili, occhi disallineati, gambe che sembravano uscite da un incidente in un laboratorio di anatomia. Adesso invece cominciano a essere credibili. Non sempre perfette, per carità, ma abbastanza buone da ingannare uno sguardo veloce.
E sui social lo sguardo è quasi sempre veloce.
Dite che sto esagerando? Ne dubito. Ve ne faccio vedere un’altra ma potrei continuare ancora con 100 foto analoghe

E la cosa, confesso, mi mette un po’ a disagio.
Non perché l’IA non possa produrre belle immagini. Questa, bella, lo è. Non perché una bellezza immaginaria non abbia diritto di esistere. La pittura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema vivono da sempre anche di bellezze inventate. Il problema nasce quando l’invenzione si traveste da realtà e pretende pure l’applauso per la sua autenticità.
Insomma, cara influencer inesistente, hai belle gambe. O meglio: qualcuno ha chiesto a una macchina di immaginare belle gambe e la macchina ha fatto il suo dovere.
I collant sono promossi. I sandali pure. La posa funziona. La foto attira. Ma resta quella sensazione lì, quel piccolo fastidio che arriva dopo il primo sguardo.
Qualcosa non va.
E forse, in tempi di immagini sempre più perfette e sempre meno vere, accorgersi che qualcosa non va è già un buon inizio.

